Il mio articolo  “Le ragioni della Forza Guardiana” è stato pubblicato recentemente sul Miglioverde. Con questo post voglio rispondere pubblicamente ai commenti e alle osservazioni dei lettori.

Le domande poste all’inizio del mio articolo, sono domande retoriche. Nel mio libro, La Teoria della Forza Guardiana, sostengo che se lo stato diventa pervasivo quell’accezione positiva, che normalmente viene data al termine democrazia, viene meno e si deve parlare di democrazia degenerata. In una democrazia degenerata:

1. Si deprime le possibilità di crescita, perché si riduce la quota di prodotti e servizi “utili” generati da un’economia.

2. Si comprimono le libertà individuali, perché quanto maggiore è la quota di economia pubblica, e conseguentemente la necessità di finanziarla attraverso il prelievo forzoso fiscale, tanto maggiore sarà l’attività istituzionale di regolamentazione, i limiti alla libera impresa, i controlli sulle transazioni commerciali e sui flussi finanziari,etc

Inoltre il concetto stesso di democrazia come governo del popolo viene meno se il popolo non può decidere il livello di spesa pubblica, ovvero quanto è disposto a pagare per beni e servizi forniti dallo stato. E se il popolo non decide tale livello di spesa, il prelievo diventa illegittimo non solo per i libertari (per i quali lo è sempre) ma anche per i liberali, di più, anche per un socialdemocratico.

Ora il problema è che tutti i partiti politici alimentano la crescita della spesa pubblica; nessuno si oppone realmente ad essa. Il perché è ovvio, perché la spesa pubblica è un mezzo di scambio per clientele. Quindi il problema è come frenarla. E, come osserva correttamente Colla, la Costituzione più bella del mondo ostacola in tutti i modi questo processo, non solo all’art.23 vieta i referendum di natura fiscale, ma addirittura non fornisce neanche linee guida per amministrare la cosa pubblica con “economicità”, limitandosi ad affermare l’ovvietà che le entrate devono essere uguali alle uscite. Ma se le uscite sono senza fine, le entrate, ovvero la rapina sotto forma di tasse, svalutazione monetaria o debito, devono anch’esse essere senza fine.

Detto questo, un lettore coglie un punto importante, “in teoria un modo di frenare la deriva ci sarebbe ed è quello di creare una forza politica autenticamente antisistema”. Il punto corretto è che deve essere un soggetto istituzionale che gode dell’appoggio popolare – cioè un partito – il soggetto che può ridurre la spesa. La Costituzione infatti non può essere efficace a questo fine. Essa infatti, anche se fosse scritta benissimo, non può salvaguardare veramente la proprietà privata; e il motivo deriva dal fatto che essa legittimando lo stato legittima anche il prelievo forzoso delle risorse dei cittadini, senza il quale lo stato non può sopravvivere.

Quindi serve un partito, ma questo è proprio il punto dove normalmente si fallisce. Perché in realtà questo ruolo non può essere svolta da un partito come tradizionalmente lo si intende. Mi spiego.

Un partito politico tradizionale, infatti, non fa altro che competere con altri partiti per decidere le modalità del prelievo delle risorse ai cittadini (chi e in che misura deve essere tassato) e per gestire tali risorse. La gestione delle risorse è fatta in funzione dei valori fondanti alla base di quello specifico partito. Tali valori definiscono come modulare l’utilizzo delle risorse per i diversi servizi statali erogati: welfare, sanità, istruzione, giustizia, sicurezza, etc. Un partito politico tradizionale quindi non avrà mai come obiettivo quello di ridurre l’entità del prelievo delle risorse ai cittadini. E se dichiara di averlo, mente.

Quando si crea un partito tradizionale automaticamente si sposa questo paradigma. Si dovrà fare un programma e decidere cosa fare, dove tagliare, con quali priorità, ma anche dove investire, e dove andare a prendere i soldi (alle aziende? alle persone? in modo proporzionale o progressivo? in modo indiretto sulle transazioni commerciali? ). Tutte cose molto ideologiche. Nessun partito sfugge a queste logiche. Basta vedere i programmi dei vari partiti, un coacervo di mediazioni e incongruenze, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte.

Quello che sfugge è quindi che serve sì un partito, ma esso in realtà deve operare come antipartito. Non deve decidere cosa fare, deve solo togliere risorse alla politica. Che vuol dire opporsi sempre alla spesa. Insomma deve fare una sola cosa, premere sempre per ridurre lo spazio della politica. Faccio un esempio. C’è un provvedimento per un intervento sulla sanità che prevede un aumento di spesa, vota contro. C’è un pacchetto di interventi che globalmente aumentano il livello complessivo di spesa, vota contro. C’è un provvedimento che la riduce, anche di un singolo euro, vota a favore, indipendentemente dal tipo di provvedimento. Insomma questo antipartito non deve sposare alcuna ideologia, deve solo ridurre il budget dello stato.

Questo significa che deve essere profondamente diverso da qualunque partito sia mai stato creato. In un certo senso, è l’unico soggetto votabile da un anarcocapitalista, perchè agisce sempre e solo per ridurre le dimensioni dello stato, e per ampliare la percentuale di economia privata rispetto a quella pubblica. Altro non deve fare.

Questa sua semplicità è anche la migliore garanzia per evitare una sua degenerazione. Se i delegati devono votare solo in un senso, se non lo fanno tradiscono inequivocabilmente il mandato popolare, senza possibilità di scusanti. E tradire il mandato popolare può tradursi in sanzioni contrattuali che possono disincentivare questo comportamento.

Veniamo adesso al punto chiave della sua vendibilità. Come si ottiene il consenso?

Certamente non è semplice ma c’è da considerare un fatto importante sempre troppo trascurato.

La spesa pubblica ha delle vittime. E queste vittime hanno un nome e cognome.

In primo luogo, la parte produttiva del paese, che deve nel presente finanziare il gettito fiscale e che è colpita dalla svalutazione monetaria, ovvero i tax payerspartite IVA (professionisti, commercianti, artigiani,..), imprenditori, aziende private (con i loro dipendenti), risparmiatori.

In secondo luogo, i giovani, che dovranno nel futuro ripagare il debito pubblico generato dai deficit di bilancio.

Ora la strategia che deve essere adottata è fare capire alle vittime, che se non si difendono dalla spesa pubblica, moriranno. Alle partite IVA, che chiudono. Ai giovani che non troveranno mai un posto di lavoro e si troveranno a cercarlo in un paese da terzo mondo. La Forza Guardiana deve essere uno strumento di legittima difesa. Certo possono votare chi promette di opporsi al riscaldamento globale, ma sono dei coglioni suicidi se lo fanno, perché prima di salvare il mondo devi salvarti tu. Per raggiungere questo obiettivo sarà necessaria una strategia di comunicazione populista, che parli alla pancia e al portafoglio. Certo, è difficile, ma non è impossibile. Guardate che in altri paesi sta avvenendo. In argentina Milei è una star, in Brasile conoscono Mises. Vendere un partito non è diverso da vendere un qualunque prodotto; ci si deve rivolgere a chi ne ha un bisogno latente e sollecitarlo con un giusto messaggio.

Quanto ai soldi ovviamente sono necessari. Ma prima di tutto è necessario raggiungere visibilità. E questo lo si potrà fare solo se tutti quelli che ci credono cominciano ad impegnarsi in prima persona. A cercare seguito sui social, a scrivere ai giornali, a cercare finanziamenti da sponsor, a promuovere progetti di crowd funding.

Francamente, io non ho ambizioni politiche e a me non interessa se la Forza Guardiana avrà successo o meno. Io credo di avere individuato una possibile strada per avviare un cambiamento, se la si vuole cogliere bene, se no pazienza. La Forza Guardiana non deve necessariamente essere un partito, può rimanere un watch dog della spesa, un movimento di opinione che contribuisce al cambiamento culturale, necessario, di questo paese.

Un’ultima osservazione. Un altro lettore dice “se si riduce la spesa il paese si spacca”. Ha ragione, si spacca se è costretto in queste regole repubblicane anacronistiche. Se così deve essere, si spacchi pure, tanto è molto probabile possa accadere anche se non si riduce la spesa. Però si possono cambiare le regole, una federazione di territori che abbiano il diritto costituzionale di secessione/associazione sarebbero oggi la migliore Italia possibile. Tale diritto non consentirebbe che alcun territorio possa vivere sulle spalle di altri. E inoltre incentiverebbe il governo federale a fornire servizi di qualità alzando il costo opportunità di una secessione. Che oggi avverrebbe invece inevitabilmente in maniera violenta.

Aurelio M.

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